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Cos’ è successo a Jesolo, dal 2023 ad oggi?

A Jesolo, in Veneto, importante città ad elevata vocazione turistica, dopo i recenti casi balzati agli onori della cronaca, abbiamo scoperto che il rapporto tra Governo e Commissione UE è passato in secondo piano, poiché Comune, imprese ed alcune associazioni si sono accorti (tutti insieme) della presenza di una norma regionale del 2002, che era sfuggita dal 2009 ed ora hanno deciso di applicarla al settore per rinnovare le concessioni demaniali marittime. Naturalmente è venuto meno il confronto con il Governo e con il Dipartimento delle Politiche Comunitarie e senza chiedersi se questa procedura fosse compatibile o meno con il lavoro del tavolo interministeriale sulla Direttiva Servizi.

Tutto confermato dal Comune di Jesolo, che ha applicato la famosa norma e senza avviso pubblico, acquisendo dapprima le istanze di parte provenienti dai privati concessionari uscenti e senza un adeguato piano degli arenili che lo prevedesse e solo  successivamente si è preoccupato di promuovere un piano degli arenili il cui iter di approvazione ha generato le aree richieste in assenza di previsione del piano degli arenili dagli stessi concessionari richiedenti. Procedura discutibile? Tutto ciò non basta.

Ci viene segnalato come i criteri per gestire queste evidenze pubbliche siano stati redatti dal Comune di Jesolo, e solo di recente, senza che lo Stato ne avesse avuta  contezza, poiché dalle numerose vertenze di questi anni nelle varie regioni sono state impugnate dal Governo numerose norme regionali a causa di criteri per la gestione delle selezioni non fissati dallo Stato.

Tutto è iniziato oltre un anno fa, con gli oltre 50 concessionari che si sono convinti di poter avviare il loro percorso, sostenuti e convinti a seguire questo percorso esclusivo che avrebbe ridato certezza e lunga durata alle stesse imprese per ulteriori 20 anni. Convinti dalle loro associazioni con una norma regionale quale quella rappresentata dalla legge 33\2002. Un percorso un po’ azzardato?

Diremmo proprio di si, perché le istanze promosse senza regole fissate dallo Stato e nel rispetto della Legge Draghi sulle nuove grandi aree indicate dal PPA ed i criteri per la concorrenza, entrambi tardivi, hanno visto soccombenti queste imprese concessionarie o almeno il loro disegno ideale contro, ad esempio, un colosso del vino veneto e delle scarpe e un rappresentante d’associazione regionale di categoria e altri due soci nella compagine che hanno ribaltato il risultato e messo fine alle storiche concessioni demaniali jesolane per iniziare un nuovo progetto turistico in una grande area demaniale prodotta dal nuovo e tardivo PPA (piano particolareggiato degli arenili) jesolano e ci siamo accorti, senza un minimo riconoscimento di un valore d’impresa che avrebbero meritato certamente come buonuscita.

Le imprese jesolane storiche a fine corsa, ad oggi sono una decina, in attesa delle altre, che ci auguriamo non facciano la stessa fine, affronteranno ben presto le evidenze pubbliche a fronte di istanze di parte mai concordate con lo Stato ne’ tantomeno con il Governo o con gli uffici legislativi regionali. Ora tremano le altre piccole imprese jesolane che se la dovranno vedere con altri concorrenti e chissà se ce la faranno. Noi auguriamo loro tanta fortuna. Come se non bastasse il Comune di Jesolo è inerte e nulla può fare per restituire dignità a queste imprese ormai con la concessione scaduta al 2024, non perché lo dica un piano per cui qualcuno si sta illudendo che termini il periodo concessorio come se si estinguesse in virtù del nuovo piano degli arenili, ma perché al 2024 arriveranno ai titoli di coda salvo diverso esito in tribunale da parte del consorzio perdente.

“Questo percorso registra il fallimento totale e l’assenza di tutela per il modello delle spiagge jesolano ma  cin interroghiamo ancora sul perché di questo disegno – dichiara il presidente di Federbalneari Italia Marco Maurelli – per un percorso definito come istanza cosiddetta “di parte”, che non ha saputo offrire alcuna garanzia di successo o addirittura alcuna forma di buonuscita economica per i concessionari perdenti che si sono fidati di un percorso molto rischioso che noi abbiamo sempre definito fallimentare e sul quale avevamo fatto tempo fa delle riflessioni che poi si sono rivelate esatte. Non tutto è perduto però, perché abbiamo appreso che l’AGCM sta registrando una serie di richieste che speriamo rendano vano questo percorso e salvino le imprese famigliari che hanno perso il proprio titolo ormai. Siamo certi del fatto che il Comune di Jesolo procederà a garantire la stagione 2024 per intero, scongiurando dunque il caos stagionale e le rimostranze degli attori del turismo locale non semplici da gestire in questa fase così delicata. Federbalneari Italia e Federbalnerari Veneto seguiranno con attenzione le associate ponendosi a difesa delle stesse contro ogni eventuale forma di sopruso”.

Come se non bastasse nasce il dubbio delle strutture di facile rimozione presenti sulla spiaggia, che a scadenza di concessione dei precedenti gestori, non avranno alcun modo di continuare la propria esistenza in spiaggia e dovranno essere smontate liberando gli arenili poiché prive di alcun titolo concessorio e nulla – osta abilitativo cedendo arenile ai nuovi titolari di concessione che dovranno avviare i loro progetti ed acquisire i nuovi titoli abilitativi, paesaggistici ed edilizi. Oltre al danno anche la beffa a fine 2024 per tutti gli ex concessionari!

Sono molteplici i casi in Italia con i Comuni che si addentrano in procedure a dir poco azzardate e complesse senza che vi sia una qualsivoglia norma Statale in tema di concorrenza. Vanno pertanto scongiurati se non altro per impedire il caos e pensiamo non sia affatto il caso di avviare azioni unilaterali senza attendere il legislatore. Questo effetto distorsivo va superato e la competitività si determina con formali indicazioni statali e non prodotte dai comuni costieri.    

La norma nazionale e l’utilizzo di una norma regionale superata

Il Governo italiano ha partorito un proprio percorso dopo 15 anni di inadempienza e proroghe generalizzate (ultima al 2033), ritenute invalide dal massimo tribunale amministrativo italiano quale il Consiglio di Stato con le sentenze della plenaria n. 17 e 18 del 2021.

Il Parlamento Italiano ha saputo e voluto approfondire l’applicazione della Direttiva Servizi istituendo un tavolo interministeriale e consultivo per legge, coordinato proprio da Governo con la partecipazione di 9 Ministeri e 11 Regioni oltre a 15 associazioni di categoria per vederci chiaro dopo oltre 15 anni di immobilismo per un settore quale quello turistico balneare italiano, che non si poteva continuare a sostenere con proroghe ormai dichiarate non conformi al diritto UE e strumento di incertezza convalidata da troppi tribunali amministrativi italiani.

Il tavolo tecnico interministeriale istituito dal Governo con il Decreto legge Milleproroghe 2023, si è occupato della verifica di applicabilità della Direttiva Servizi, vero cruccio per il comparto balneare italiano poiché la direttiva eurounitaria sta introducendo criteri eccessivamente penalizzanti per il comparto turistico delle spiagge italiane con forte rischio di scomparsa per questo modello turistico e “famigliare” italiano che sconta oggi 4% di PIL su 14% per il turismo, verificando in modo analitico la sussistenza della scarsità della risorsa disponibile ovvero l’applicazione in modo formale della Direttiva Servizi n. 123\2006 al comparto balneare ed in quali condizioni.

Risultato del tavolo tecnico interministeriale, è la mappatura della risorsa disponibile ovvero le aree libere e quelle occupate da concessioni demaniali, con il grande lavoro sul SID da parte del Governo e del MIT, è stato il seguente: 33% di risorsa demanio marittimo occupata da titoli in concessione demaniale su circa 11.000 km di costa mappata come indicato dalla Legge Draghi (concorrenza) ben vista dall’UE e 67% di risorsa disponibile e pertanto eventualmente occupabile con nuove concessioni demaniali.

Tra le criticità del Tavolo tecnico rimarcate da Federbalneari Italia, vi è l’assenza della mappatura del demanio idrico, ovvero la conoscenza con dato omogeneo di ricerca in capo allo Stato e certificato con metodo pubblico circa lo stato dell’arte delle concessioni sulla duplice sponda dei fiumi italiani e dei laghi del Belpaese. Questo dato manca ancora – come più volte indicato al Governo da Federbalneari Italia dalla Legge Draghi ad oggi – e la Commissione UE se n’è accorta subito replicando con un parere di merito del 16 nov. 2023 di cui all’art. 258 TFUE nel quale ha chiesto spiegazioni al Governo italiano sul dato e non solo e comunicando che in fase di dialogo con il Governo si è resa disponibile al confronto per la ricerca di una soluzione condivisa con l’Italia. Il Governo ha risposto alla Commissione UE  chiedendo un periodo di tempo di 4 mesi per vedere di fornire il dato del demanio idrico e completare la mappatura per poi avviare la riforma delle concessioni. Il tutto in un negoziato serrato con la Commissione UE e con il comparto che chiede tutela per le proprie imprese famigliari.

Riteniamo, noi di Blueconomyitalia.it, che una intesa sia raggiungibile con la Commissione UE attraverso la ratifica di una riforma che potrà offrire respiro alle imprese del Made in Italy.  Solo successivamente e con una riforma del settore si potrà registrare l’intervento regolatore delle regioni italiane sui territori costieri dei vari comuni per definire i prossimi e futuri criteri sulla sussistenza della scarsità della risorsa e su come attuare la continuità d’esercizio tanto auspicata.