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La pesca, settore tra i più importanti dell’economia del mare, si trova oggi ad affrontare una serie di importanti sfide legate ai cambiamenti sociali ed economici. Per quanto concerne il mercato, deve accogliere le sfide sempre nuove che esso propone, come l’adeguamento ai limiti imposti dalla normativa europea ed italiana a tutela della sostenibilità e di un bene prezioso come il mare. Inoltre, la pesca deve sapersi rinnovare per coinvolgere le nuove generazioni in un mestiere complesso e antichissimo. Ne abbiamo parlato con Francesca Biondo, Direttrice di Federpesca.

Qual è la visione di Federpesca per il futuro della pesca sostenibile in Italia e nel Mar Mediterraneo?

In Italia, abbiamo una flotta peschereccia che rispetta le principali normative europee e nazionali, sia dal punto di vista della sostenibilità ambientale – nella selettività degli attrezzi, zone e tempi di pesca previsti dalla normativa – che della sostenibilità sociale, attraverso il rispetto dei contratti collettivi nazionali di lavoro e delle principali normative in materia di sicurezza del lavoro e della navigazione. Quando parliamo di sostenibilità, per noi è fondamentale parlarne rispetto ai tre pilastri della sostenibilità e non esclusivamente dal punto di vista ambientale: ci tengo molto a ribadirlo, considerato un mercato globalizzato in cui le nostre imprese competono con quelle di paesi extraeuropei che non hanno la nostra stessa normativa. Siamo convinti che la sostenibilità sia la chiave giusta anche per garantire maggiore competitività alle imprese: è importante, però, che anche i consumatori se ne rendano conto e premino i prodotti pescati dalle imprese italiane ed europee, che hanno un costo un pochino maggiore rispetto ad un prodotto importato da paesi extraeuropei, che non solo non possono garantire l’alta qualità del prodotto, della freschezza, della conservazione, ma neanche il rispetto delle normative citate.

Quali sono le sfide più importanti che il vostro settore si trova ad affrontare in questo contesto? Mi riferisco in particolare a quello dell’economia del mare.

Sicuramente la sfida maggiore è legata al ricambio generazionale: è una questione che interessa i settori della blue economy sotto vari aspetti. Oltre al dovere di rendere questo mestiere più attrattivo per i giovani, c’è la necessità di nuove e più complesse competenze professionali, che non si limitano più a quelle pratiche acquisite a bordo dei pescherecci. Pertanto, si rende oggi fondamentale un grande investimento in termini di riqualificazione professionale per tutti i settori dell’economia del mare. All’interno di Confindustria, Federpesca fa parte di un gruppo di lavoro che si occupa di formazione in tutti gli ambiti della blue economy: per questo, oltre al ricambio generazionale, sappiamo che è indispensabile un ricambio complessivo della flotta peschereccia, per garantire i migliori standard di sostenibilità, quindi la riduzione di emissioni di CO2, ed una maggiore digitalizzazione delle imprese, volta a garantire una migliore qualità della certificazione dei prodotti, spazi di bordo più confortevoli e sicuri.

Come sta lavorando Federpesca per promuovere la sostenibilità nel settore?

Da un lato – ormai da qualche anno – abbiamo messo in piedi un approfondimento importante anche grazie alla collaborazione con il Ministero dell’Agricoltura e del Ministero dell’Impresa e del Made in Italy, Cassa Depositi e Prestiti di Banca d’Italia, delle modalità per la costituzione di un fondo dedicato al rinnovo delle imbarcazioni da pesca; d’altra parte, svolgiamo diverse attività di formazione. In merito alla sostenibilità, quotidianamente operiamo tramite progettualità nazionali ed europee: per fare alcuni esempi, coinvolgiamo i pescatori nella raccolta dei rifiuti dal mare, ormai una prassi in quasi tutti i porti italiani, e realizziamo progetti europei in collaborazione con le aree marine protette per rafforzare l’impegno dei pescatori nella tutela del mare. In questo senso, la salvaguardia dell’ambiente rappresenta un impegno etico ma anche un investimento economico, poiché garantire la presenza del prodotto significa assicurare la sostenibilità economica per le nostre imprese.

 

Quali sono le tecnologie o innovazioni più promettenti che potrebbero trasformare il settore della pesca nei prossimi anni?

 

In merito alle tecnologie, non abbiamo ancora un effettivo supporto riguardo l’individuazione di nuove forme di propulsione alternative al gasolio. All’orizzonte, tuttavia, c’è il macrotema degli impianti eolici offshore che avranno un impatto – in alcuni casi potenzialmente positivo – anche sul settore ittico; c’è ovviamente l’intelligenza artificiale, un elemento di innovazione decisivo soprattutto per quanto riguarda le procedure di sicurezza a bordo, come può essere la capacità predittiva di anticipare eventuali avarie e guasti dannosi per la sicurezza della navigazione o anche interventi di telemedicina quando le barche sono molto distanti dalla costa e non si riesce a far intervenire in tempi utili un elicottero della guardia costiera per salvare vite.

In che modo si potrà trasformare, in meglio, il settore della pesca?

La normativa europea è piuttosto stringente ed in questi anni l’Italia ha dimostrato di rispettarla, poiché si insiste su un bene comune quale il mare: tuttavia, sarebbe molto importante per noi che siano attuati dei piani di gestione condivisi. Poiché – per definizione – il mare non ha confini, e considerato che nelle stesse acque pescano flotte di paesi stranieri, è necessario che le stesse regole in vigore per i pescatori europei valgano anche per tutti gli altri. Altrimenti, si crea una concorrenza sleale dal punto di vista commerciale che vanifica ogni sforzo delle imprese italiane.